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Incontinenza urinaria maschile dopo tumore alla prostata

Video approfondimento

Ritrovare il controllo dopo un percorso difficile

Sono molti gli uomini che, dopo un intervento di prostatectomia radicale per tumore alla prostata, si trovano ad affrontare un problema spesso inatteso e difficile da accettare: l’incontinenza urinaria.

Si tratta di una condizione che può incidere profondamente sulla qualità della vita, influenzando la sicurezza personale, la vita sociale e la serenità quotidiana.

Lo dico spesso ai miei pazienti: non è una colpa, e non è una condanna. È una conseguenza possibile, ma trattabile. E soprattutto, si può tornare a stare bene.

Perché si manifesta

L’incontinenza urinaria dopo prostatectomia non è una condizione “fisiologica”, ma può verificarsi anche dopo un intervento perfettamente riuscito.

Le cause sono legate all’alterazione delle strutture anatomiche che sostengono l’uretra e allo sfintere urinario, che dopo la rimozione della prostata può risultare indebolito o lesionato.

In alcuni casi, la vescica stessa diventa iperattiva, contraendosi prima del momento della minzione.

Nella mia esperienza, anche nelle migliori condizioni chirurgiche, l’incidenza può variare dal 5% al 40–50% dei casi, e questo non dipende solo dalla tecnica operatoria ma anche dalla risposta individuale di ciascun paziente.

Quando preoccuparsi

Dopo l’intervento, è normale attraversare un periodo di adattamento.

Generalmente attendiamo circa sei mesi prima di considerare un disturbo come persistente, perché spesso il corpo recupera spontaneamente la continenza.

Durante questo periodo, possiamo associare terapie farmacologiche o riabilitative che favoriscono il recupero funzionale dello sfintere e del pavimento pelvico.

Se, dopo questo tempo, le perdite persistono, è importante procedere con una valutazione completa per capire la causa precisa e scegliere la soluzione più adatta.

Diagnosi e personalizzazione del trattamento

Ogni caso di incontinenza è diverso.

Per questo motivo, eseguo sempre una valutazione endoscopica e funzionale per verificare lo stato dell’uretra, della vescica e dei tessuti circostanti.

Solo conoscendo la reale causa del problema è possibile proporre un trattamento efficace e duraturo.

Le soluzioni chirurgiche disponibili

Quando la riabilitazione non basta, la chirurgia offre diverse soluzioni efficaci.

Negli anni, le tecniche si sono evolute moltissimo: oggi disponiamo di protesi mini-invasive e personalizzabili, che permettono di trattare l’incontinenza in modo mirato e sicuro.

🔹 Pro-ACT: il sostegno regolabile

È una protesi composta da due piccoli palloncini regolabili posizionati ai lati dell’uretra.

Attraverso un intervento mini-invasivo, della durata di circa 20 minuti e in regime di day hospital, si ottiene un sostegno delicato che migliora la chiusura uretrale.

La pressione può essere regolata nel tempo, fino a raggiungere il livello di continenza desiderato.

È una soluzione ideale per forme lievi o moderate di incontinenza.

🔹 Sling maschile trans-otturatorio

In alcuni casi, il problema non è tanto la perdita dello sfintere, quanto l’ipermobilità dell’uretra.

In questi pazienti possiamo utilizzare una benderella di sostegno (sling), che sostiene l’uretra e ne migliora la stabilità.

L’intervento è poco invasivo e non richiede alcuna gestione manuale da parte del paziente.

È una soluzione adatta anche per chi ha un’età più avanzata o vuole un recupero più semplice.

🔹 Sfintere urinario artificiale

Nelle forme più gravi, la soluzione più efficace rimane lo sfintere urinario artificiale tricomponente.

È un dispositivo composto da una cuffia che circonda l’uretra, una pompa posizionata nello scroto e un serbatoio addominale.

Premendo la pompa, il paziente svuota la vescica; dopo pochi minuti, il sistema si richiude automaticamente, ripristinando la continenza.

È un intervento delicato, della durata di circa un’ora, ma con risultati straordinari e una durata nel tempo che può superare i 30 anni.

Molti dei miei pazienti che hanno scelto questa soluzione mi raccontano di aver finalmente ritrovato la libertà e la fiducia che pensavano di aver perso.

Il mio approccio

Credo che il punto di partenza sia sempre l’ascolto.

Ogni paziente vive l’incontinenza in modo diverso: per qualcuno è un disagio moderato, per altri è un limite quotidiano profondo.

Il mio compito, insieme al team SCEB, è trovare la soluzione più adatta alla persona, non solo alla diagnosi.

Con la giusta valutazione, la chirurgia può davvero restituire qualità di vita.

E ogni volta che un paziente mi dice “sono tornato a vivere normalmente”, so che abbiamo fatto la cosa giusta.

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